Alba di Roma
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- Scritto da Laura De Zuani
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Bianco è il risultato, non il mezzo. Non solo il mezzo. Al bianco Celin perviene a tecnica perfezionata, quando la ricerca ha trovato la sua meta. Purezza di forma albeggia, schiumoso sorgere d’architettura dal cielo. Il bianco brucia la tela, corrode lo stereotipo, mina il presupposto della pittura. Minaccia il colore, gli permette attimi di libertà e subito lo ricaccia nella nebbia. Non è quieto, non è il bianco silente di una nevicata domenicale, è bianco che urla. Non è neppure bianco, non colore che “non esiste”, è seppia pallida d’albumina. Ha un chiarore che acceca, anche in opere un cui la policromia è presente, poiché il colore si guadagna il suo posto, lo strappa all’onnipresente velo di nebbia.
Bianco non è simbolo, è veicolo alla forma. Ha valenza certo, ma l’opera di Celin è figurativa. Il soggetto esiste, anzi si impone. Qui è Roma, capriccio che più che bianco è grigiastro, immoto nei secoli. Roma si offre candida, Roma dal passato intenso, dalla tradizione ingombrante, Roma verace e nobile, altera e insieme popolare, è bianca.
È una vecchia cartolina sbiadita, talmente sovraesposta da esser bruciata. Tuttavia non è il monocromo il protagonista. Il medium ammette con rammarico la sua forte assenza, ma il soggetto rivendica il primato. É la Roma dell’antico, del vecchio, del sacro. Roma da fotografare, prodotto da consumare, vedere, rivedere, riprodurre. Forse l’unico modo per riproporre l’archetipo storico, l’immagine per eccellenza della città, è avvolgerla d’albume tremulo, fasciarla nella nebbia e lasciare che qualcosa emerga e parli da sé. La scelta tecnica è concreta, ignorarla sarebbe un errore, ma non è il fine ultimo dell’artista. Non è il silenzio di Kandisky, non ha il valore incipitario di Mondrian, non la suprema purezza formale di Malevič, è solo colore, o pura luce.
È entrambi, è e non è simbolo. Il piegarsi della tecnica al pensiero è molto più che assecondare un desiderio, è allinearsi ad un’esigenza primaria. Sfida e simbolo, il candore diviene silenzio momentaneo dall’assillo contemporaneo. Quale città meglio di Roma, contraddizione pulsante in perenne compromesso col moderno. Una predilezione per la forma architettonica in Celin discopre monumenti come pizzi, scipiti e sfranti, a volte ingrigiti e appesi. Avvolti in stucchi pastosi, corrosi, che sbriciolano. Cartolina in negativo la Chiesa di San Lorenzo, con l’obiettività di un fototipo. Di panna l’onnipresente Arco, vestigia insieme simbolo, memoria e citazione dell’antico, reso attuale dal rimando al secolo scorso. Popolare e magnifico insieme.
La citazione ci coinvolge, induce a riconoscere nell’immacolato intrico filamentoso quel che è divenuto abitudine. Toglie quel velo d’indifferenza al presente e lo sostituisce con la magia senza tempo dello sguardo. Citando e togliendo il colore il pittore ha ottenuto significato. Sradicato il superfluo, è rimasto lo sguardo attento alla realtà, in un attimo di pausa. L’immagine di Roma è talmente citazionista da divenire spettacolo, egocentrismo perfetto di una pittura a sé bastevole, eppure sofisticata perché contemporanea. Popolare ma ironica, in apparenza semplice, frutto di studio attento della tecnica e dell’insegnamento dei grandi. Con incantata ironia Celin affronta la tradizione, consapevole che la materia bianca è restrizione d’apparenza non di mezzo, e persegue un fine altamente originale.
Omaggio alla memoria è il Capriccio di Panini reso immoto disegno, incastro di volumi, in fondo pittura. L’uomo compare di rado, immaginette abitano le piazze, sono indefiniti fantasmi dall’aspetto onirico senza peso. In Piazza del popolo il colore si coagula in bollicine, come pioggia sui finestrini del treno, o scende filoso a delimitare l’architettura, tema sempre presente. Riscopriamo le due chiese gemelle, immobili custodi della piazza semideserta, dove aleggia un sentimento insieme angosciante e sereno. La città è popolata da figurine che si affrettano, come fantasmi alla Guardi -poiché anche Roma è città del sogno, come Venezia- restando sospese in un tempo che non è ora. Oggi non conta, abitano l’eterna magia di Roma in epoche passate come in Roma sparita, omaggio al realismo ottocentesco di Roesler Franz, o scivolano rapide in Piazza San Pietro, dove anche le statue sono testimoni silenziose di un’architettura grandiosa. Quasi inquietante è la Fontana di Nettuno, getti d’acqua grigia sono imponenti colate dal candore sporco, insieme attraenti e minacciose. Urta l’immobile fondo oro, contro il languore della fontana in Piazza Navona, fattasi morbido sbaffo grigio, quasi caramellosa mollezza tardodechirichiana. A strappare spazio al candore talvolta è proprio l’oro. Non colore che ritorna in Omaggio a Monterotondo e Rio Lungo, riservato al vespertino scaldarsi del cielo, che della chiara architettura accentua fascino e mistero.
L’opera di Celin è ironica e sincera, legata a Venezia ma innamorata di Roma. Lo si capisce dallo sguardo benevolo che dal Pincio osserva la Capitale, mentre il bianco si accalora e filtra tra le chiome in controluce. La tecnica è studiata, la pennellata a tratti corposa, stupisce e si allunga liquida, si raggruma, schiuma e s’addensa come intonaco fresco, che grattato lascia emergere la silhouette della chiesa di San Lorenzo. Celin ci sfida a superare il cliché, a recuperare la passione per la città eterna oltre la dimensione della tela. Allo stesso modo invita ad osservare l’amata Venezia, dove il non proprio candido Rio dei Mendicanti è dipinto con la freschezza di uno schizzo e l’occhio di chi l’abita da sempre. Immacolato anche il tema -qui meno presente ma comunque amato- del nudo femminile, sensuale come una bagnante di Ingres, o perfetta armonia di volumi scolpiti da sottili variazioni tonali, colpiti di spalle dalla luce.
Lo studio di Celin svela poco a poco l’intensa comprensione dei maestri, la perizia e la sentita ricerca. L’originalità di un tessuto cromatico che sfuma e cambia forma, che al contempo ci convince dell’assoluta esistenza e negazione del bianco, più che prosa, meriterebbe la rarefatta chiarezza della poesia. Mentre dove porti la ricerca tecnica si intuisce dallo strapotere del colore, che ammicca gagliardo oltre l’Arco di Costantino.